Gianluca D’Incà Levis con Dolomiti Contemporanee ha rigenerato vecchie fabbriche, scuole e il villaggio Eni.


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L’uomo che resuscita i luoghi vive con un cervo nella montagna più bella delle Dolomiti e non ha nessuna intenzione di muoversi. Lo vanno a trovare l’antropologo Marc Augé, l’economista dei distretti evoluti Pierluigi Sacco, il curatore del Padiglione Italia della Biennale Simone Sfriso, il direttore generale della enciclopedia Treccani Massimo Bray. Si chiama Gianluca D’Incà Levis, è un bellunese di 47 anni, una poco usata laurea in architettura a Venezia, e ha fatto di Dolomiti Contemporanee il suo personalissimo progetto. Che sta suscitando l’interesse di accademie e università di mezza Europa. Nella sua gerla le esperienze di rigenerazione dell’ex fabbrica di ammoniaca di Sass Muss a Sospirolo, di una vecchia occhialeria a Taibon Agordino, quindi a Casso nel “cratere” sociologico della valle del Vajont, infine nell’ex cartiera di Vas. Adesso vive, letteralmente, nel Villaggio sociale Eni di Borca di Cadore.

Per avvicinare questo particolare “om selvarek” c’è un solo modo: salire sulle pendici dell’Antelao e ascoltare la sua cadenza torrentizia, seguirne fin che puoi ragionamenti senza tempo e luogo. Poi tornare con i piedi per terra: un uomo così, altrove, sarebbe strapagato per fare ciò che fa, ma noi in fondo siamo in Veneto.

La sua attività ruota attorno alla domanda, tutt’altro che scontata: può l’arte contemporanea essere il chiavistello per riappropriarsi dei nostri luoghi e delle nostre smarrite identità? Questo curatore d’arte che non crede alle mostre, diserta i bandi di concorso, non lavora con la politica, disprezza la spettacolarizzazione della montagna di Reinhold Messner e la personalizzazione caricaturale che ne fa Mauro Corona, ne è assolutamente convinto. Un po’ Doctor House un po’ Dylan Dog, sembra recitare un copione. «Perché dobbiamo guardare Tiziano sempre e solo con lo stesso occhiale di cinquecento anni fa?» spiega guardando di sbieco l’interlocutore. «Tiziano è contemporaneo, lo possiamo leggere attraverso le forme dell’arte e della cultura contemporanea. Altrimenti lo chiudiamo in un museo». Ancora: «I luoghi dove l’uomo vive si chiamano paesaggi. I luoghi dove l’uomo non vive si chiamano cimiteri. Noi lavoriamo usando luoghi cimiterializzati e ci impegniamo, attraverso pratiche di sminamento, a restituire loro una identità, studiando nuove vocazioni d’uso. La domanda è sempre quella: possono l’arte e la cultura essere strumenti concreti per la rigenerazione di un territorio? Io penso di sì». Poi racconta la sua storia: «A Sass Muss una società pubblica ha iniettato dieci milioni di euro per restaurare un ex polo chimico Montedison abbandonato. Solo che non aveva idea di che cosa fare dopo. Il luogo, finalmente restaurato, era però diventato stupido. Ecco perché dico sempre i soldi vengono dopo, prima servono le idee. Noi in una stagione, attraverso una serie di residenze artistiche, abbiamo avviato una rigenerazione del luogo. Poi andò male, perché la società pubblica fallì portandosi dietro le imprese che nel frattempo erano subentrate». A Taibon Agordino prende una banalissima occhialeria dismessa da tempo rigenerandola con lo stesso metodo: «applicando un dispositivo di rigenerazione: ora ci sono sette attività produttive. Se uno guarda le telarine, le ragnatele, non ha capito niente».

Nel 2012 lo chiamano a Casso: «Sul subito dissi: anche no» spiega. «Il Vajont è luogo troppo evocativo, porta con sée lo stereotipo della tragedia, la tragedia per sempre. All’inizio ci hanno accolto malissimo: cosa diavolo volete, cosa c’entra l’arte con la nostra tragedia? Pazientemente, ci siamo messi al lavoro costruendo un progetto forte. Mi hanno dato una scuola elementare chiusa dal 9 ottobre 1963, ho portato Marc Augé e gli ho proibito di parlare dei suoi non luoghi. Lui ha messo le sue categorie a disposizione del luogo, ha parlato di ruine contemporanee».

Nel 2014 arriva Borca, la sfida possibile. Tra il 1958 e il 1961 Enrico Mattei ingaggia l’architetto Edoardo Gellner e costruisce a Borca di Cadore, sulle pendici dell’Antelao, il villaggio sociale dell’Eni, un’utopia moderna inaugurata dal presidente del consiglio Antonio Segni: quasi trecento villette, due alberghi, una chiesa disegnata insieme a Carlo Scarpa, un campeggio a tende fisse e una grande colonia, meta per trent’anni, fino al 1991, delle villeggiature invernali ed estive dei collaboratori dell’Eni. I valligiani non vivono bene la nascita di questa architettura moderna, che fa vita a sé ma che rappresenta tuttavia uno dei più straordinari esempi di edilizia sociale d’Europa. Il villaggio, dopo un lungo abbandono, è stato venduto dall’Eni al gruppo sardo Minoter nel 2001, che ne ha messo sul mercato le villette, riaperto gli alberghi e la colonia affidata a Dolomiti contemporanee. «La colonia è un enorme fuori scala» dice spiega Gianluca D’Incà Levis «un gigantesco organismo paragonabile a un’astronave, con i suoi trentamila metri quadrati curati nei dettagli: il pavimento, per dire, lo fa Pirelli su disegno di Gellner, le lampade sono Flos, gli arredi Fantoni, le posate Krupp, le stoviglie Richard Ginori. Qui c’è il meglio del design e dell’industria italiana, oggi una cosa così la può fare Google. Perfino le docce, i rubinetti e le prese elettriche sono capolavori del design». Una casa viene destinata a gabbia dell’orso Misha, regalato da Krusciov a Mattei.

«Abbiamo costruito una residenza internazionale di artisti, designer, architetti, filosofi. Ci stanno aiutando a ricostruire una vocazione d’uso. Con Riccardo Donadon di H-Farm stiamo organizzando il primo Dolomiti Digital campus, stiamo lavorando per portare una summer school di Harvard. Stiamo pensando a come far rinascere questo luogo in vista di Cortina 2021: c’è un’enorme cubatura da impiegare, è l’occasione per ricucire la frattura con la valle. Sarebbe un modo per guardare oltre le telarine».